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jueves, 7 de febrero de 2013

Quali sono i motivi ultimi per cui la secolarizzazione positivista non può essere vista come conseguenza del cristianesimo né può essere considerata irreversibile?


Sulla presunta irreversibilità della secolarizzazione

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi, Vescovo di Trieste


A conclusione delle sue osservazioni sulla secolarizzazione in Occidente, il filosofo Karl Löwith sclrive: «Ma se si pensa che ogni spirito immaturo fu lasciato alle sue proprie decisioni nelle cose più importanti, c’è da meravigliarsi che la morale non sia decaduta completamente». Emerge qui che l’emancipazione del temporale dallo spirituale, la sostituzione della salvezza cristiana col progresso, della religione con la scienza non produce alla fine una vera autonomia capace di conservarsi al suo proprio livello, ma produce un “decadimento”. Ed infatti Löwith considera miracoloso che si sia potuto mantenere una pur debole forma di moralità dopo questo distacco.

La laicità, intesa come distinzione reciproca della sfera temporale e di quella spirituale, è un portato storico del cristianesimo. Però tale distinzione non significava separazione e assoluta autonomia del temporale dallo spirituale, ma avveniva dentro la civiltà cristiana, ossia dentro un orizzonte religioso. Il sovrano cristiano agiva autonomamente, utilizzando la prudenza politica, ossia esercitando una libertà interna ad un sistema di verità di cui garante ultima era la Chiesa, che conservava e proteggeva nei dogmi cattolici anche il patrimonio della legge naturale.

Con la modernità, invece, come fa notare Karl Löwith, inizia una secolarizzazione sempre più esigente che rende il piano temporale “capax sui”, autonomo nel senso di assoluto, autosufficiente, in grado di darsi un senso. Dapprima questo senso è stato mutuato dai dogmi cristiani, mediante una loro interpretazione secolarizzante ma poi è stato rivendicato sempre più come proprio e ciò sembra essere avvenuto soprattutto con Comte e il positivismo. Il positivismo è il riconoscimento definitivo che noi possiamo conoscere solo relazioni, quindi è il fondamento del relativismo.

Nel 1968 uscì il libro “Sulla teologia del mondo” di un teologo tedesco discepolo di Karl Rahner: Johann Baptist Metz. In precedenza egli aveva già scritto “Antropocentrismo cristiano” in cui aveva sostenuto che la secolarizzazione era stata causata dal cristianesimo e che quindi era un fatto cristiano, da accettarsi e da vivere come frutto del cristianesimo e non da combattere come contrario alla fede cristiana. In questo modo il processo di secolarizzazione veniva interpretato come irreversibile. Nel nuovo libro Metz sosteneva che ormai, a seguito della secolarizzazione, il mondo era diventato completamente mondano: «questo è il mondo dove Dio non si incontra»[1]. Secondo lui «Per lungo tempo – fin quasi all’inizio dell’ultimo concilio – la Chiesa ha seguito questo processo solo con risentimento, lo ha considerato quasi esclusivamente come una decaduta e una falsa emancipazione e solo molto lentamente ha preso il coraggio a lasciar divenire il mondo, in questo senso, mondano, e a considerare quindi questo processo non solo come un fatto contro le intenzioni storiche del cristianesimo, bensì come un fatto che è stato determinato anche da impulsi storici più profondi proprio di questo cristianesimo e del suo messaggio»[2].

A mio parere la fede cristiana non può considerare il positivismo come conseguente al cristianesimo e non è corretto interpretare la secolarizzazione solo nella sua versione positivista. L’irreversibilità della secolarizzazione è un dogma positivista, che deriva da una lettura ideologica della storia, quella comtiana della legge dei tre stadi, per cui l’umanità si sarebbe evoluta dallo stadio religioso a quello metafisico a quello positivo in modo, appunto, irreversibile.

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