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jueves, 19 de noviembre de 2015

La tragedia di Parigi non dovrebbe destare in noi stupore e sorpresa; certamente immenso dolore, cordoglio e vicinanza alle vittime, ma non sorpresa o stupore.


Dopo le stragi di Parigi, con chi dobbiamo dialogare? Con la ferocia dell’uomo?


di Luigi Negri

Si può avere più paura del cristianesimo che dell’Isis? Facciamoci un esame di coscienza, perché è meglio morire con una posizione chiara piuttosto che lasciare irrisolto questo dilemma

La tragedia di Parigi non dovrebbe destare in noi stupore e sorpresa; certamente immenso dolore, cordoglio e vicinanza alle vittime, ma non sorpresa o stupore.

Che potesse accadere qualcosa di grave in Europa – anche l’Italia è obiettivo sensibile – era evidente da tempo, viste le minacce che si sono andate intensificando e precisando.

Ora però l’immane tragedia esige – prima di tutte le strategie o dell’appello del presidente Hollande che, singhiozzante, chiama la Francia alla resistenza – che questo Occidente, laico e cattolico, prenda spunto da quanto successo per una revisione che non ha ancora fatto, né dopo quel macabro 11 settembre del 2001, né dopo le altre stragi che puntualmente e ossessivamente si sono andate attuando negli ultimi anni. «Noi dobbiamo tener saldo il nostro giudizio – disse Giussani dopo l’attacco alle Torri Gemelle – e paragonare tutto con quello che ci è successo, in questo momento grave e grande. Dobbiamo ripetere questo giudizio prima di tutto a noi stessi».

In tale prospettiva credo di poter affermare che in questo Occidente non si può aver più paura del cristianesimo che dell’ISIS, com’è evidente in tanta cultura post-ideologica. Non si può neppure far passare la propria comprensibile paura come virtù civile e il silenzio connivente come espressione di saggezza strategica. Non si può – soprattutto di fronte ad una minaccia che non conosce rispetto né per le persone, né per i bambini, né per le donne, né per la cultura, penso all’orrendo scempio dei siti archeologici che ne esprimevano la grandezza – insistere solo sul versante di un dialogo unilaterale, che dovrebbe essere continuamente rinnovato da parte occidentale nei confronti di chi non ha nessuna volontà, né intenzione, né disponibilità a dialogare.

Di fronte alle cose orrende che accadono, «non umane», «un pezzo di terza guerra mondiale» ha detto Papa Francesco – provocate da questo Islam radicale e fuori controllo, di cui non ci è dato di conoscere la consistenza numerica e neppure il grado di collusione tra i suoi vertici e tanta politica mediorientale – le parole dialogo, apertura, confronto e molte altre, rischiano di perdere il loro valore e diventare puri suoni verbali, perché «il cuore dell’uomo è un abisso da cui emergono a volte disegni di inaudita ferocia, capaci in un attimo di sconvolgere la vita serena e operosa di un popolo» (San Giovanni Paolo II).

Per questo la situazione esige oggi un profondo ripensamento, sia da parte laica che cristiana, senza escludere chi esercita la giustizia, affinché eviti di mettere facilmente in libertà coloro che, più o meno collusi con il terrorismo, sono transitati per le nostre prigioni non più di un giorno per poi essere messi in condizione di disperdersi in Italia o di ritornare nei loro Paesi.

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