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miércoles, 1 de abril de 2015

Insomma, prima i gay e poi tutto il resto.


L'attacco del capo (gay) di Apple alla libertà religiosa

di Luigi Santambrogio


Dite la verità, comprereste qualcosa di usato, non la solita auto d’occasione ma una più modesta macchinetta del Nespresso o un set di coltelli inox, da uno che guida una società ricercata in diversi Pesi del mondo per aver evaso milioni, anzi miliardi di dollari? E che fareste mentre ascoltate quel tipetto che dice «di fare affari in modo giusto ed equo»? Minimo una pernacchia, poi una telefonatina alla polizia perché lo vada a prelevare. Ebbene, l’indecente piazzista si chiama Tim Cook, di mestiere fa il mega capataz di Apple, la multinazionale dei computer e degli smarphone fondata da Steve Jobs, il visionario e perennemente “affamato” guru, attaccato al soldo come una cozza allo scoglio. Sul Washington Post, questa rediviva Vanna Marchi della Silicon Valley, ha scritto una sterminata articolessa per denunciare che l’America sta discriminando i gay “nel nome di Dio” e con leggi schiaviste, sufficienti per dichiarare una nuova guerra di secessione.

A leggere Cook, l’America sta tornando ai tempi bui del Ku Kux Klan, quando c’erano «i cartelli con lascritta “solo bianchi” agli ingressi dei negozi, sulle fontanelle pubbliche e sulle porte dei bagni». In Italia, il manifesto pro gay del ceo di Apple è stato subito ripreso e rilanciato da Repubblica: foto in prima pagina del tizio in giacca e t-short nera, come conviene al look finto emaciato ed esistenzialista degli yankee miliardari, e titolo che promette battaglia: “Gay, mister Apple sfida l’America: non si discrimina nel nome di Dio”. Svolgimento: come agitare i “nuovi diritti” gender e arcobaleno per insaccocciarsi montagne di dollari ed evadere felicemente il fisco. Insomma, la solita furbata dei due piccioni con un gay, tanto di moda nelle aziende made in Usa. Perché questa è la vera posta che sta dietro la crociata del capo Apple contro l’approvazione in alcuni Stati (Indiana e Arkansas) di leggi che a suo dire consentirebbero «alle persone di discriminare il loro prossimo» e «rischiano di cancellare decenni di progressi verso una maggiore uguaglianza».

Davvero? Non è così: quei progetti di legge garantiscono invece ai cittadini di poter invocare le proprie convinzioni religiose anche negli affari. Facendo obiezione, se è il caso, alle norme vigenti. Il riferimento è al caso di quei pasticcieri dell’Oregon e del Massachusetts che si sono rifiutati di confezionare torte per gli sposi gay. Ecco dunque quel che Cook vuole insinuare: la discriminazione lgbt è un effetto collaterale della libertà religiosa, che quindi va bandita dalla società e dagli affari. Insomma, prima i gay e poi tutto il resto. Strano modo di difendere lo spirito del Primo emendamento

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“Acedia, the unnamed evil of our times”


How to beat the spiritual disease of ‘acedia': grab a rosary and go for a walk



by Francis Phillips


Acedia was first identified by a Desert Father – perils to the soul haven't changed much over the centuries


We know that Pope Francis talks about “the peripheries” a lot in his homilies. I took this to mean those on the margins of the Church and of society: poor people, outcast, refugees and so on; those people whom Our Lord spoke of as being on the “highways and byways”, who would normally feel debarred from the feast. Then I discovered that the Holy Father has been using this word before his election, and meaning those who live in spiritual rather than material poverty.

In an intervention during the general congregations preceding the conclave of 2013, which elected him Pope, the then Cardinal Jorge-Mario Bergoglio stated: “The Church is called to go out of herself in order to go to the peripheries, not only the geographical peripheries but also the existential peripheries: to the dwelling place of the mystery of sin, suffering, injustices, ignorance and disdain for religion and thought, the dwelling place of all sorts of poverty.”

I found this quote in a thought-provoking book, The Noonday Devil, by Jean-Charles Nault OSB, Abbot of the Abbey of Saint-Wandrille in Normandy. So what does this poetic-sounding title mean? It refers to “acedia, the unnamed evil of our times” as the subtitle has it. Monks know about it as it was first identified by a Desert Father, Evagrius of Pontus, who gave it this arresting description to describe a monastic temptation: a longing to leave one’s cell, gradual indifference to the faith, with the consequent sense of the futility of the monastic vocation.

Although those in religious orders might be especially prone to this spiritual disease, the author makes it clear it can affect anyone. It does sound pretty modern to me, which shows that perils to the soul don’t change much over the centuries. Symptoms include inner restlessness and “flight from the self”, apathy, faint-heartedness and temptations to doubt. We live in the age of the “selfie”; it indicates that we moderns are prone to suffer from a preoccupation with our superficial and public persona rather than the inner “self” that is meant to grapple with existential questions.

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If the place of supernatural grace disappears from our horizons no one could hope to overcome the gravity of our culture


Our culture has forgotten what grace means, says bishop


by Madeleine Teahan

Bishop Mark Davies will deliver homily at Chrism Mass at St Columba Church tomorrow: The “only vocational question which really matters” is, “do we believe in the grace of God?”, according to the Bishop of Shrewsbury.

During his homily at the Chrism Mass tomorrow at St Columba Church in Chester, Bishop Mark Davies will say: “I remember the bishop who ordained me to the priesthood asking me as a 24 year old only one question: ‘Do you believe in the grace of God?’ I have often reflected this is only the vocational question which really matters.”

Bishop Davies will say that Christians must be prepared to ask themselves if they are willing to stake their lives on God’s grace. He said: “If the place of supernatural grace disappears from our horizons no one could hope to overcome the gravity of our culture or our own weakness in to live a holy life in marriage and in family; an apostolic life in the world; the gift of a whole life (which seems so little) in the ministerial priesthood or in the consecrated life of women and men especially celebrated this year. In our Christian calling we must always ask ourselves anew: do we believe in the grace of God? Are we ready to stake our lives on what God’s grace makes possible?”

During his homily, Bishop Davies will observe that today’s “dominant culture” is frightened of commitments such as marriage.

He will say: “The dominant culture around us now all but despair of life-long commitments and often see the promises of marriage as fearful and uncertain; chastity, our contemporaries often see chastity, pure love within marriage as much as outside of it as near impossible to attain; and the celibate priesthood or the consecrated life as almost reckless adventures in the face of human weakness. And all because one part of the equation is never reckoned upon: the grace of God which alone makes our vocations possible.

“At World Youth Day in Madrid Pope Benedict spoke to our Shrewsbury youth together with more than a million young people urging them not become paralysed by a culture of fear, “be neither afraid of the world” he said “nor of the future, nor of your weakness … I urge you to ask God to help you find your vocation …” (Prayer Vigil, Madrid 20th August 2011).”

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A mantenere per tanti anni al potere il comunismo fu un patto non scritto tra i governanti e i governati.


Come l’homo sovieticus fu battuto dal coraggio di chi sapeva affermare la verità, «dicendo pane al pane»


di Tomáš Halík

A mantenere per tanti anni al potere il comunismo fu un patto non scritto tra i governanti e i governati. Rotto solo grazie a grandi uomini come Havel e Wojtyla e movimenti come Solidarność

Articolo tratto dall’Osservatore romano – Pubblichiamo la parte iniziale di un intervento sulla Chiesa di fronte alle sfide degli anni Ottanta nell’Europa centrale e orientale edito insieme ad altri contributi pronunciati in occasione del convegno «La Chiesa e la svolta degli anni Ottanta e Novanta in Europa centro-orientale», che si è svolto in Vaticano il 6 giugno 2014, organizzato dall’ambasciata della Repubblica di Polonia presso la Santa Sede in collaborazione con la Pontificia Accademia delle Scienze nell’anno della canonizzazione di Giovanni Paolo II. L’autore è un filosofo, psicologo e sociologo ceco, ordinato sacerdote clandestinamente nel 1978, Premio Templeton 2014, amico di Václav Havel e stretto collaboratore del cardinale František Tomášek.

«Uno spettro si aggira per l’Europa – spettro del comunismo», scrivevano Marx ed Engels nel rivoluzionario anno 1848. Fortunatamente, lo spettro del comunismo smise di aggirarsi su e giù per l’Europa nell’Annus mirabilis 1989.

Il mezzo secolo della dominazione comunista nell’Europa centro-orientale può essere suddiviso in diverse fasi. La prima consisteva in una sovietizzazione forzata di quei Paesi nell’immediato dopoguerra. La seconda cominciò dopo le proteste popolari contro i regimi stalinisti: la rivolta del 1953 nella Ddr, la rivoluzione ungherese e la vittoria del “comunismo nazionale” di Gomułka in Polonia nel 1956, che implicò l’affermazione della burocrazia statalista nei regimi socialisti, e finì con la soppressione della Primavera di Praga nel 1968, quando gli eserciti dei cinque Paesi del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia.

La terza fase fu contrassegnata da una generale stagnazione in tutto il blocco sovietico sotto il regime di Breznev, e si finì nel 1980 con la fondazione del sindacato Solidarność in Polonia. La quarta vide il tentativo di Gorbachev di liberalizzare il regime sovietico introducendo la perestrojka nella seconda metà degli anni Ottanta, e si concluse alla fine del 1989, con gli sconvolgimenti politici nell’Europa centro-orientale e il collasso dell’Unione Sovietica.

La campagna più violenta contro le Chiese ebbe luogo fino all’anno 1956 quando il terrore rivoluzionario degli anni Cinquanta si esaurì e il comunismo, invecchiando, mise su un po’ di pancia, l’euforia di una parte della società e la paura e la rabbia dell’altra furono sostituite da un diffuso senso di noia. Dopo il 1968, nella maggior parte dei Paesi comunisti l’ideologia comunista si trasformò in una singolare religione di Stato: curiosamente, nessuno vi credeva, nemmeno i suoi sommi sacerdoti. Nemmeno la stragrande maggioranza dei funzionari comunisti credeva più nel marxismo, diventando semplicemente, il più delle volte, dei cinici apparatčiki. Nell’est vi furono molti meno marxisti convinti che nell’ovest; nei Paesi comunisti il marxismo era morto molto prima della caduta del comunismo.

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Chi sono i discriminati?: la «nuova intolleranza» degli attivisti omosessuali verso la legge dell’Indiana


Leggere il WSJ e il NYT e scoprire che «non è l’Indiana che attacca i gay, sono i liberali che attaccano la religione»


di Leone Grotti

I due autorevoli quotidiani si schierano contro la «nuova intolleranza» degli attivisti omosessuali verso la legge dell’Indiana



«La libertà religiosa è un valore che merita il nostro più profondo rispetto, anche quando porta al disaccordo su temi fondamentali come la definizione del matrimonio». L’op-ed scritto sul New York Times da David Brooks è di quelli che non ti aspetti. L’articolo in difesa del principio affermato dalla legge Indiana Religious Freedom Restoration Act non è scontato, visto l’esercito mediatico che si è scagliato contro i parlamentari e il governatore dello Stato americano.

La nuova legge è una versione della norma federale sulla libertà religiosa (Rfra) che venne approvata alla quasi unanimità e firmata dal presidente Bill Clinton nel 1993. Poiché recenti sentenze giudiziarie negli Stati Uniti hanno svuotato di contenuto quella legge, l’Indiana ha deciso di approvarne una valida nel suo territorio. Firmata dal governatore Mike Pence il 26 marzo, prevede il rispetto della libertà religiosa negli esercizi commerciali.

CHI SONO I DISCRIMINATI? 

Il fuoco di fila dei critici, che hanno bollato questa legge come discriminatoria verso i gay, non si è fatto attendere. Barack Obama ha parlato di «provvedimento ingiusto e non in linea con i valori americani», mentre l’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, si è sentito in dovere di scrivere sul Washington Post che «si oppone a questa ondata di leggi» che «razionalizzano l’ingiustizia con il pretesto di difendere una cosa che noi tutti abbiamo a cuore».

«Qual è il nocciolo della questione?», scriveva ieri Mattia Ferraresi sul Foglio. «La discriminazione di certe categorie, soprattutto lgbt, come effetto collaterale della libertà religiosa negli esercizi commerciali. L’esempio classico è il pasticciere che si rifiuta di fare una torta per un matrimonio fra persone dello stesso sesso perché la pratica viola il suo credo: quello che il pasticciere vede come un rifiuto legittimo, questione di libertà, per Cook è un’inaccettabile discriminazione».

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When too many are tempted to despair about the state of the world and not a few are wondering about the condition of the Church


ST. JOHN PAUL II AND THE “TYRANNY OF THE POSSIBLE”


by George Weigel

The reputations of the great often diminish over time. Ten years after his holy death on April 2, 2005, Karol Wojtyla, Pope St. John Paul II, looms even larger than he did when the world figuratively gathered at his bedside a decade ago: tens of millions of men and women around the world who felt impelled, and privileged, to pray with him through what he called his “Passover”—his liberation through death into a new life of freedom in the blazing glory of the Thrice-Holy God.

On this anniversary, as at his canonization last year, what seems most memorable about the man, at least at this historical moment, is that he refused to accommodate to the “tyranny of the possible”: the idea that some things just can’t be put right; that we’re stuck with the way things are, however much we may dislike them.

There was a lot of demoralized resignation in the Church and the world when Karol Wojtyla was elected Bishop of Rome on Oct. 16, 1978. The world from San Francisco to the Ural Mountains seemed permanently divided into two hostile, ideologically opposed, nuclear-armed camps, along a fault line defined at the end of World War II. Thirteen years after the conclusion of the Second Vatican Council, the Catholic Church seemed permanently divided, too—and perhaps condemned to the fate of mainline liberal Protestantism, which (to borrow from Richard John Neuhaus) had become the oldline on its way to becoming the sideline. Robust and evangelically vibrant Catholic conviction, it seemed, had no more place in the “real world” of late modernity than did the dream of a Europe without the Berlin Wall.

Yet John Paul II, who combined mystical insight with remarkable shrewdness, refused to bow passively to the dictatorship of the inevitable. The Lord had said to the prophet, “Come, now, let us set things right” (Isaiah 1:18): and that’s exactly what the 264th Bishop of Rome proceeded to do.

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Joseph de Maistre, est magistrat, politicien, écrivain et philosophe


le 1er avril 1753 : naissance de Joseph de Maistre, homme politique, écrivain et philosophe.



Source: lesalonbeige.blogs.com C´est-arrivé un 1er avril


Né dans le royaume de Savoie, Joseph de Maistre, est magistrat, politicien, écrivain et philosophe. C'est un des premiers écrivains à affirmer le caractère satanique de la révolution française. Sénateur en 1788. Il est l'un des premiers à se révolter contre l'annexion de la Savoie par la France en 1792. Longtemps exilé en Suisse, puis en Italie, il revient en France sous Louis XVIII.

Quelques citations :
  • « La Révolution, je dis la république, car c'est la même chose, est comme le chancre qui se détruit lui-même en se dévorant. N'attendons pas ce moment. Le temps presse. Le chancre républicain, en se dévorant, dévore la France, il faut nous hâter de la guérir, de la sauver et de la relever au nom du Roi. » cité par François Maris Algoud dans son Histoire de la volonté de perversion de l'intelligence et des mœurs (Editions de Chiré, page 130).
  • « Chaque nation, comme chaque individu, a reçu une mission qu'elle doit remplir. » Considérations sur la France
  • « Il y a dans la révolution française un caractère satanique qui la distingue de tout ce qu'on a vu et peut-être de tout ce qu'on verra. » Considérations sur la France
  • « Le plus grand ridicule pour une femme, c'est d'être un homme. »
  • « Toute nation a le gouvernement qu'elle mérite. » Considérations sur la France
  • « Le goût n'est que la conscience du beau, comme la conscience n'est que le goût du bon. » Lettre à Monsieur l'amiralTchitchagof
  • « Ce qu'il y a de plus admirable dans l'ordre universel des choses, c'est l'action des êtres libres sous la main divine. » Considérations sur la France