Translate

miércoles, 30 de julio de 2014

À sa mort en 632, Mahomet possède 7 sabres, 3 lances, 3 cuirasses, un bouclier. Et des hectolitres de sang sur les mains.


Vademecum d’islamologie 
(à l’usage de Manuel Valls)



Gender, dénaturation du mariage, etc. Le positionnement sociétal des gouvernements de François Hollande a tout pour rebuter les franges de la population attachées aux valeurs familiales. Parmi celles-ci, une grande partie des musulmans, dont le vote historiquement acquis aux socialistes est en train de virer à droite. Devant l’érosion du dernier quartier d’électeurs potentiels, Manuel Valls a accouru à la mosquée d’Evry pour « rompre le jeûne », alors même qu’il décommandait sa présence à Bouvines pour le 800e anniversaire de la bataille éponyme.

Ce faisant, il n’a pas pu s’empêcher de déblatérer sur l’islam… en des termes qui pourraient faire rire.
Quand des casseurs se réclament d’une forme dévoyée de l’islam, ce sont les musulmans qui souffrent les premiers car ces actes nourrissent des amalgames insupportables. Ces groupes radicalisés s’en prennent à votre foi, à la noblesse du message de l’islam, à ses valeurs d’ouverture, de tolérance.
Aaaah, cet islam d’ouverture et de tolérance… il y avait bien longtemps qu’on n’en avait pas entendu parler !

Alors, vois-tu, Manolo, histoire de bien te rafraîchir les idées, voici un petit vademecum. Tu pourras demander aux gars de la DCRI en charge de la lecture de Boulevard Voltaire de te l’imprimer sur un petit carton, et comme ça tu pourras le garder dans ta poche. Tu vas voir, c’est riche en enseignements sur la naissance de ces « valeurs d’ouverture, de tolérance ».

Il motivo più forte dell’indifferenza verso il massacro dei cristiani in Medio Oriente è la paura ...



Perché l’Europa ha già deciso di lasciare i cristiani d’Oriente (e gli ebrei) in balìa del “nemico”

La nostra civiltà secolarizzata, arida e indifferente a tutto è ormai strutturalmente incapace di avere a un “nemico”. L’editoriale del Corriere della Sera sulla nostra indifferenza verso le persecuzioni dei cristiani e l’antisemitismo

«A quanti qui in Europa e in Occidente importerà davvero qualcosa dell’ennesima uccisione di cristiani, saltati in aria ieri, a Kano, in Nigeria, per lo scoppio di una bomba in una chiesa? E del resto a quanti glien’è importato davvero qualcosa dei cristiani obbligati la settimana scorsa ad abbandonare Mosul nel giro di 24 ore, pena la vita o la conversione forzata all’Islam?». Sono le domande con cui si apre l’editoriale odierno del Corriere della Sera, firmato da Ernesto Galli Della Loggia. E la risposta è scontata: «A nessuno».

A nessuno – e lo scrive il Corriere, non Tempi – interessano «i cristiani fuggiti a centinaia di migliaia in tutti questi anni dall’Iraq, dalla Siria, da tutto il mondo arabo». Non se ne occupa l’Onu, non se ne occupa l’Europa, non se ne occupa nessuno in Occidente. «A decine e decine i cristiani vengono bruciati vivi o ammazzati nelle chiese dell’India, del Pakistan, dell’Egitto, della Nigeria. E sempre nel silenzio o comunque nell’inazione generali».


Galli Della Loggia prova a ipotizzare anche i «principali motivi di questa vasta indifferenza». E per quanto «ovvi», sono motivi che non dovrebbero lasciare tranquillo nessuno. «Il primo è che sempre di più stentiamo a sentirci, e ancor di più a dirci, cristiani», spiega l’editorialista del Corriere. Che però non vuole farne appena una questione di fede, perché si tratta di un deficit culturale e ideale che riguarda soprattutto la parte cosiddetta “laica” della nostra civiltà: «L’atmosfera culturale dominante nelle società occidentali giudica come qualcosa di primitivo, al massimo un “placebo” per spiriti deboli, come qualcosa intimamente predisposto all’intolleranza e alla violenza, la religione in genere. In special modo le religioni monoteistiche».


.....

Leggi tutto: www.tempi.it



Matrimonio e comunione ai risposati.


«La Chiesa non capitoli davanti al pensiero dominante»


di Robert Spaemann


Riportiamo la riflessione del grande filosofo cattolico pubblicata da First Things. La Chiesa resterà il sale della terra o cederà alle logiche di un mondo in cui il matrimonio vale “finché l’amore non finisce”

Le statistiche del divorzio nelle società occidentali sono disastrose. Esse dimostrano che il matrimonio non è più considerato una realtà nuova e indipendente che trascende l’individualità degli sposi; una realtà, come minimo, che non può essere dissolta dalla volontà di uno solo di essi. Può invece essere sciolto dal consenso di entrambe le parti, o dalla volontà di un Sinodo oppure da un Papa? La risposta deve essere “no”, perché Cristo stesso ha dichiarato esplicitamente che l’uomo non può sciogliere ciò che Dio stesso ha unito. Questo è l’insegnamento della Chiesa cattolica.

La comprensione cristiana di ciò che è vita buona pretende di essere valida per tutti gli esseri umani. Tuttavia persino i discepoli di Gesù furono scioccati dalle parole del loro Maestro. «Allora non sarebbe meglio non sposarsi per nulla?», gli replicarono. Lo stupore dei discepoli sottolinea il contrasto fra il modo di vita cristiano e il modo di vita dominante nel mondo. Che lo voglia o no, la Chiesa in Occidente è sulla strada per diventare una controcultura, e il suo futuro ora dipende principalmente da una cosa: se sarà capace, in quanto sale della terra, di mantenere il suo sapore e di non essere calpestato dagli uomini.

La bellezza dell’insegnamento della Chiesa risplende solo quando non è annacquata. La tentazione di diluire la dottrina è rafforzata oggi da un fatto imbarazzante: i cattolici divorziano con la stessa frequenza dei non credenti. Qualcosa chiaramente non ha funzionato. È irragionevole pensare che tutti i cattolici divorziati e risposati abbiano iniziato i loro primi matrimoni fermamente convinti della loro indissolubilità e poi abbiano cambiato radicalmente idea nel corso del tempo. È più ragionevole presumere che si siano sposati anzitutto senza comprendere chiaramente cosa stavano facendo: bruciavano i ponti dietro di sé per sempre (cioè fino alla morte), cosicché l’idea stessa di un secondo matrimonio semplicemente non doveva esistere per loro.

Purtroppo la Chiesa cattolica non è senza colpa. I corsi di preparazione al matrimonio cristiano molto spesso non forniscono ai fidanzati un quadro chiaro delle implicazioni di un matrimonio cattolico. Se lo facessero, molte coppie probabilmente non deciderebbero di sposarsi in chiesa. Per altre, naturalmente, una buona preparazione al matrimonio fornirebbe un’utile spinta alla conversione. C’è un immenso fascino nell’idea che l’unione di un uomo e di una donna è “scritta nelle stelle”, che resiste per una forza dall’alto, e che nulla può distruggerlo, “nella buona e nella cattiva sorte”. Questa convinzione è una magnifica ed eccitante fonte di forza e di gioia per sposi che attraversano crisi matrimoniali e cercano di infondere nuova vita nel loro vecchio amore.

Invece di rafforzare il fascino naturale e intuitivo dell’indissolubilità matrimoniale, molti uomini di Chiesa, compresi vescovi e cardinali, preferiscono raccomandare, o almeno prendere in considerazione un’altra opzione, che è alternativa all’insegnamento di Gesù e che rappresenta fondamentalmente una capitolazione al pensiero dominante secolarista.

Il rimedio per l’adulterio implicito nelle seconde nozze dei divorziati, ci viene detto, non deve più essere la contrizione, la rinuncia e il perdono, ma il passare del tempo e l’abitudine, come se la generale accettazione sociale e il sentirci a nostro agio con le nostre decisioni e con le nostre vite avesse un potere quasi soprannaturale. Questa alchimia presumibilmente trasforma il concubinaggio adulterino che chiamiamo “secondo matrimonio” in un’unione accettabile che merita di essere benedetta dalla Chiesa nel nome di Dio. Se la logica è questa, non sarebbe men che giusto che la Chiesa benedicesse anche le unioni fra persone dello stesso sesso.


...............


Leggi tutto: www.tempi.it




martes, 29 de julio de 2014

President Obama offered a misleading criticism of corporate inversions and missed an opportunity to call for structural reform of corporate income taxation



Alan Viard 

In his CNBC interview yesterday, President Obama offered a misleading criticism of corporate inversions and missed an opportunity to call for structural reform of corporate income taxation.

President Obama began by condemning inversion transactions, in which corporations effectively swap their US charters for foreign charters. Inversions offer tax savings because foreign-chartered corporations pay US tax only on their domestic profits while US-chartered corporations also pay US tax on their repatriated overseas profits (with credit for any taxes paid abroad). The president complained that it was unfair for corporations to “move their technical address simply to avoid paying taxes” while still benefiting from “the best university system in the world, the best infrastructure [and] a whole range of benefits that have helped to build companies.” But, those services primarily aid domestic production, on which inverted corporations, like other foreign-chartered corporations, remain subject to US tax. The president did not explain why corporations that previously had US charters and inverted to obtain foreign charters should pay US tax on their overseas profits while corporations that have always had foreign charters face no such obligation.

Rather than condemning corporations that change their “technical address” to lower their taxes, we should be asking why we base tax liability on that technicality in the first place. If we tell a corporation that it must pay millions of extra dollars in tax because it has a piece of paper that was issued in the United States rather than abroad, should we really be surprised when it tries to get a new piece of paper issued abroad? The tax incentive for inversions would vanish if all corporations, regardless of their charters, were treated uniformly, paying tax solely on their domestic profits.

.....




lunes, 28 de julio de 2014

We understand that neither President Obama, nor his secretaries of State or Defense have said one word about the INF violation to their counterparts




Sens. Jon Kyl and Kit Bond 

It is time for President Obama, who was awarded a Nobel Peace Prize for his pledge to pursue a world without nuclear weapons, to show the world that he, and the United States, will no longer ignore Russian aggression and the violation of the Intermediate-Range Nuclear Forces (INF) treaty. Failure to confront this violation poses a threat to the very idea of arms control. After all, if the enforcement of nuclear weapons arms control obligations is not worth the attention of the president of the United States, what is the point of the obligations?

Podría decirse que prácticamente la definición de un caballero es la de aquel que nunca inflige dolor.




por el Beato Cardenal Newman, 

en "La Idea de una Universidad", 
serie de 
disertaciones ofrecidas en Irlanda en 1852.


"Podría decirse que prácticamente la definición de un caballero es la de aquel que nunca inflige dolor. Esta es una descripción tan exacta como refinada. Un caballero se ocupa principalmente en remover aquellos elementos que obstaculizan la libre acción de quienes que lo rodean. Procura colaborar más que encabezar iniciativas por sí mismo. Si bien la naturaleza nos provee de los medios naturales para el reposo y nos ofrece el calor animal, los beneficios de un caballero pueden equipararse a la comodidad que nos brinda una silla confortable o un buen hogar encendido; ambos mitigan nuestro frío y fatiga.

Un verdadero caballero evita cuidadosamente ocasionar un sobresalto en las mentes de aquellos con quienes trata, evita todo enfrentamiento de opiniones, coalición de sentimientos, restricciones, sospechas, tristezas o resentimientos. Su principal preocupación radica en que cada uno se sienta cómodo como en su casa. Sus ojos están puestos en todas sus compañías, es considerado con los tímidos, gentil con los distantes y misericordioso hacia los absurdos. Recuerda a todas las personas con quienes estuvo conversando. Se cuida de hacer acotaciones impetuosas o mencionar temas irritantes. Rara vez destaca como centro en las conversaciones y, sin embargo, jamás resulta tedioso.

No le pesan los favores mientras los realiza y parece recibir precisamente aquello que está confiriendo. Nunca habla de sí mismo excepto cuando está obligado y jamás se defiende mediante una simple réplica. No tiene oídos para los chismes ni las calumnias. Es escrupuloso para comprender los motivos de aquellos que interfieren y trata de interpretar todo de la mejor manera posible. Jamás es desconsiderado o mezquino en sus disputas ni tampoco se aprovecha de ventajas injustas.

No confunde las personalidades ni tampoco deja de ver la diferencia entre lo que es una observación tajante y un verdadero argumento.Tampoco hace insinuaciones sobre hechos nefastos sobre los que no pueda a hablar francamente. Ejerciendo una prudencia de largo alcance observa la máxima de aquella antigua saga que dice que debemos conducirnos con nuestros enemigos como si un día fueran a ser nuestros amigos.

Tiene demasiado sentido común como para sentirse afectado por los insultos, está suficientemente ocupado como para recordar injurias pasadas y es lo suficientemente indolente como para soportar las malicias.

Es paciente, contenido y resignado a los principios filosóficos. Soporta el dolor porque sabe que es inevitable, las aflicciones porque son irreparables y a la muerte porque es su destino.

Si entra en algún tipo de controversia su intelecto disciplinado lo preserva de cometer una desatinada descortesía propia de las mentes menos educadas. Estas últimas, cual armas romas, cortan y desgarran en vez de realizar cortes limpios, confunden el motivo principal del argumento, gastan sus fuerzas en trivialidades, juzgan mal al adversario y dejan al problema peor de lo que lo encontraron.

El caballero puede estar en lo correcto o estar equivocado en su opinión pero tiene demasiada claridad mental como para ser injusto.Así como es de simple es de fuerte, así como es breve es también decisivo. En ningún otro lugar encontraremos mayor candor, consideración e indulgencia.

En sus argumentos con sus oponentes no olvida sus propios errores. Él conoce la debilidad de la razón humana así como su fortaleza, su competencia y sus límites. Si el caballero no fuera un creyente aun así tendría una mente lo suficientemente amplia y profunda como para no ridiculizar la religión o actuar en su contra. Es demasiado sabio como para ser dogmático o fanático. Respeta la piedad y la devoción y apoya el bien de aquellas instituciones con las cuales no está de acuerdo considerándolas como elementos venerables, hermosos o útiles. Honra a los ministros de la religión y declina aceptar sus misterios sin por ello agredirlos o denunciarlos. Es amigo de la tolerancia religiosa y esto no es tan solo por su filosofía, que le exige ser respetuoso con todas las formas de fe, sino por su caballerosidad y delicadeza de sentimientos las cuales constituyen el séquito de toda provechosa civilización”.

Hence it is that it is almost a definition of a gentleman to say that he is one who never inflicts pain.


"The Definition of a Gentleman"

by Cardinal Newman, 

from The Idea of a University, a series of lectures given in Ireland, 1852.

Hence it is that it is almost a definition of a gentleman to say that he is one who never inflicts pain. This description is both refined and, as far as it goes, accurate. He is mainly occupied in merely removing the obstacles which hinder the free and unembarrassed action of those about him; and he concurs with their movements rather than takes the initiative himself. His benefits may be considered as parallel to what are called comforts or conveniences in arrangements of a personal nature; like an easy chair or a good fire, which do their part in dispelling cold and fatigue, though nature provides both means of rest and animal heat without them. The true gentleman in like manner carefully avoids whatever may cause a jar or a jolt in the minds of those with whom he is cast --- all clashing of opinion, or collision of feeling, all restraint, or suspicion, or gloom, or resentment; his great concern being to make every one at his ease and at home. He has his eyes on all his company; he is tender towards the bashful, gentle towards the distant, and merciful towards the absurd; he can recollect to whom he is speaking; he guards against unseasonable allusions, or topics which may irritate; he is seldom prominent in conversation, and never wearisome. He makes light of favors while he does them, and seems to be receiving when he is conferring. He never speaks of himself except when compelled, never defends himself by a mere retort; he has no ears for slander or gossip, is scrupulous in imputing motives to those who interfere with him, and interprets everything for the best. He is never mean or little in his disputes, never takes unfair advantage, never mistakes personalities or sharp saying for arguments, or insinuates evil which he dare not say out. From a long-sighted prudence, he observes the maxim of the ancient sage, that we should ever conduct ourselves towards our enemy as if he were one day to be our friend. He has too much good sense to be affronted at insults, he is too well employed to remember injuries, and too indolent to bear malice. He is patient, forbearing, and resigned, on philosophical principles; he submits to pain, because it is inevitable, to bereavement, because it is irreparable, and to death, because it is his destiny.

If he engages in controversy of any kind, his disciplined intellect preserves him from the blundering discourtesy of better, perhaps, but less educated minds; who, like blunt weapons, tear and hack instead of cutting clean, who mistake the point in argument, waste their strength on trifles, misconceive their adversary, and leave the question more involved than they find it. He may be right or wrong in his opinion, but he is too clear-headed to be unjust; he is as simple as he is forcible, and as brief as he is decisive. Nowhere shall we find greater candor, consideration, indulgence: he throws himself into the minds of his opponents, he accounts for their mistakes. He knows the weakness of human reason as well as its strength, its province and its limits.

If he be an unbeliever, he will be too profound and large-minded to ridicule religion or to act against it; he is too wise to be a dogmatist or fanatic in his infidelity. He respects piety and devotion; he even supports institutions as venerable, beautiful, or useful, to which he does not assent; he honors the ministers of religion, and it contents him to decline its mysteries without assailing or denouncing them. He is a friend of religious toleration, and that, not only because his philosophy has taught him to look on all forms of faith with an impartial eye, but also from the gentleness and effeminacy of feeling, which is the attendant on civilization.